
"L'Italia non sta vivendo altro che un processo di adattamento alla propria degradazione, da cui cerca di liberarsi solo nominalmente" (P.P.Pasolini, Abiura dalla Trilogia della vita, 15 giugno 1975).
Negli scritti raccolti sotto il nome di "Lettere luterane", Pier Paolo Pasolini ci parla in maniera appassionata della preoccupante fisionomia che in quegli anni cominciava a caratterizzare la società italiana alle prese con la rivoluzione capitalistica. Oggigiorno questi scritti parlano ancora alla nostra sensibilità, a noi che in quel decadimento ci ritroviamo oramai come in una realtà di fatto accertata e alla parvenza immutabile. Noi - noi troppo spesso privi di memoria, quella memoria di valori, valori che ci venivano - più o meno direttamente - dal mondo rurale del dopoguerra, realtà nella quale si era formata la nostra anima e la nostra intelligenza sociale ed esistenziale. Valori - il rispetto, l'umiltà, l'accoglienza, la consapevolezza della propria ignoranza conoscitiva ... - valori - dicevo - che si depositavano dai padri nei figli come semi senza parole.
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L'attuale stampa italiana è costantemente intrisa di fatti di cronaca, ma di una cronaca la più nera e la più sbiadita al tempo stesso. "Certo, una volta non c'era il televisore, ma era lo stesso - dicono - semplicemente non se ne era a conoscenza di certi fatti". Oggi - invece - ogni giorno sappiamo di un nuovo delitto o misfatto. A che ci è servito allora l'esserne informati? Perchè - mi domando - in italia l'informazione sembra non raggiunge le coscienze ? sembra non educarle? ma al contrario le chiude - degradandole - dentro a dei gusci di indifferenza, come se "tutti si sono adattati o attraverso il non voler accorgersi di niente o attraverso la più inerte sdrammatizzazione"? (P.P.Pasolini, Ibidem). Già pasolini aveva intuito infatti questo divorzio tra la cronaca - ossia la storia reale del paese - la presa di coscienza da parte del "pensiero pubblico". Mi riferisco qui a quella cosiddetta "opinione pubblica" che costituisce l'insieme dei giudizi e delle riflessioni sulle quali si muove l'azione politica e sociale. Così, nel 1975, Pasolini scriveva sul Corriere della sera:
"Perché questa diacronia tra la cronaca e l'universo mentale di chi si occupa di problemi politici e sociali? (...) A cosa si deve questo vuoto, questa diacronia? Perchè la cronaca che è stata così importante dal 1945 in poi, è ora chiusa in un reparto stagno, relegata in un ghetto mentale? Analizzata, sfruttata, manipolata, è vero, in tutti i modi possibili suggeriti dalle norme del consumo, ma non collegata con la "storia seria", non resa, cioè significativa? (...) la realtà è nella cronaca "fuori del palazzo [le istituzioni]" e non nelle sue interpretazioni parziali o peggio ancora nelle sue rimozioni. Ma questa cronaca vi vuole sconvolti in una crisi di valori, perchè il potere, creato in conclusione da noi, ha distrutto ogni cultura precedente, per crearne una propria, fatta di pura produzione e consumo e quindi di falsa felicità. La privazione dei valori vi ha gettato in un vuoto che vi ha fatto perdere l'orientamento, e vi ha umanamaente degradati. La vostra "massa" è una massa di criminaloidi a cui non si può parlare in nome di niente. Le vostre poche élites colte - socialiste o radicali o cattoliche avanzate - sono soffocate da una parte dal consumismo e dall'altra dalla disperazione"
(Fuori del palazzo).
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Penso ai recenti fatti di cronaca nera come l'omicidio d'Abdul Guibre o la strage di extracomunitari nel casertano. Due massacri emblematici, ubicati ai due estremi (geografici-ideologici) di questa nostra italietta alla deriva (la milano leghista e la sua realtà "civile" e la terra di gomorra con la sua realtà sociologica nascosta), due delitti efferati che mostrano come il sottofondo oscuro della degradazione non sia relegato unicamente all'ambito malavitoso o camorristico (secondo delitto) ma agisca inconsciamente anche nell'animo dell'italiano medio (il pestaggio e l'uccisione a sprangate del 19enne Abdul da parte di due comuni cittadini). Ambedue causati da un attaccamento al denaro (nuovo dio della modernità capitalistica), ambedue intrisi di razzismo, ambedue specchi di una mentalità indifferente, egoista, chiusa, ignorante, dimentica... "..non c'è alcuna soluzione di continuità tra coloro che sono tecnicamente criminali e coloro che non lo sono... il modello di insolenza, disumanità, spietatezza è identico" (Ibidem).
E' vero, c'è alla base di entrambi il problema della criminalità, ma questa è sempre la conseguenza di un disadattamento sociale, e non solo di natura economica. Anzi, a tutt'altra marginalizzazione mi riferisco. Una marginalizzazione culturale e sociale, quella che subiscono gli emarginati della società civile (persone con culture, religione ed etnia differente).
Quando comincerà la mentalità civile a costruirsi sulla consapevolezza che tutti i fenomeni e le realtà tutta presentano sfaccettature? Il problema del terrorismo per esempio (oltre ad essere spesso solo una cristallizazione ideologica a cui concorrono sia i loro fautori, quanto i contestatori di piazza) è la degradazione di un aspetto della società musulmana a contatto con la modernità capitalistica ed uniformistica (ci si informi sulle radici storiche e politiche dell'estremismo islamico!), così come lo sono le nostre brigate rosse o gli stessi terroristi di ETA. Semplicemente, alla base di quello "islamista" un universo culturale differente; e i nostri parametri di analisi ed interpretazione sono destinati a non aver presa su tali fenomeni se s'attarderanno a rinnovarsi profondamente eludendo la conoscenza integrale dell'altro.
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Partire dal conoscere quindi, cercare il "giusto" che umanamente condividiamo (quanti fra noi han
no mai solo tentato di stabilire un contatto avec l'autre) passare dalla contestazione di un aspetto all' atteggiamento opposto, la valorizzazione di valori, quei valori che noi abbiamo perso e che invece si scoprono vigorosi nel mondo musulmano: l'accoglienza, la tensione verso un futuro migliore, la sincerità, lo spirito comunitario, l'onestà. Come diceva Pasolini, battersi per una cultura ed in nome di una cultura, in quanto si tratta di una cultura "diversa" - la cui novità, diremo noi, sorge all'incrocio di differenti culture - una cultura proiettata verso il futuro, e quindi al di là, fin da principio, delle culture perdute (quella di classe, borghese, e quella arcaica di popolo). "Ciò che, oggi, conta individuare e vivere è una "obbidienza a leggi future e migliori" - simile a quella che, dopo Piazzale Loreto, è nata dalla resistenza - e la conseguente volontà di ricostruzione" (Pannella e il dissenso).