giovedì 30 ottobre 2008

Que haviem de fer?

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Quando vanno alla derrota le circostanze, e d'un tratto le macchine s'arrestano per un fallo nel sistema... quando le risorse non bastano nel contesto familiare, in quello cittadino, regionale, nazionale, europeo, e così di seguito fino a considerarci globalmente, la totalità di noi essere viventi ed abitatori del globo terrestre; allora ci rendiamo conto che non è una semplice macchina per far soldi, o per gestirli (o per gestire la produttività che come un camaleonte è subito trasformata in un valore virtuale, numeri di scambio...), non solo un deficenza amministrativa...
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Quel motore a vapore della rivoluzione industriale, ancora non l'abbiamo cambiato, gli abbiamo dato da rigurgitare tutte le nostre risorse (umane e planetarie) per spingere sul suo accelleratore e ricoprirlo di nuovi gingilli; ma è pur sempre lo stesso, sacrificio per molti e arricchimento per pochi. L'evoluzione - in effetti - si è proiettata continuamente su un "confine" e mai sul suo nucleo. La democrazia parlamentare per esempio non è che una messa a lucido di una macchina logora incapace di guardare oltre al proprio individualismo (segnata dall'incapacità a formulare un progetto efficace e globale di sviluppo).
La cultura del conoscimento che abbiamo creato, sospinta dallo spettrismo del consumo, quindi dalla fruibilità della superficie, ha finito per perdere radicalità di fondo col reale e con la sua globale trasformazione, ha circondato attraverso innumerevoli contorni fruibili la realtà Vera (intesa come centro aperto della totalità delle dinamiche reali e conoscitive), dimenticandosi d'essa. La conoscenza scientifica si è lanciata nella parcellizzazione e nella riproduzione di se stessa, ha affinato le lame delle sue prospettive conoscitive, ma si è dimenticata di farle aderire ad un'unica sfera, costruita o ricostruita o inventata sull'immagine di quell'altra inconoscibile.
Il pensamento dell'era digitale è il frutto di questa dispersione frattalica [un frattale è una geometria semplice che ripetendosi crea delle forme costanti in espansione ma sempre uguali alla geometria originaria pur aumentandone all'infinito la definizione] esso è la "materializzazione" stessa di un certo tipo di intelligenza ripetitiva priva al suo interno di creatività, fredda, astratta, senz'anima perchè completamente sorda all'imprevisto, incapace di lasciarsi plasmare dalla realtà stessa, incapace di farsi strumento d'essa per conoscerla davvero d'una manera più completa, più intensa e più particolare. Il moderno pensiero scientifico non è più quindi lo specchio di una realtà che si evolve come un tutto complesso, ma solo un motore produttore di teorie incapace di ascoltare il mondo nella sua complessità, incapace di ascoltare oltre il rumore che esso stesso genera.
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Il digitale tuttavia ci permette di vederci allo specchio, ci insegna che la Realtà in sè è da ricercarsi in quel "confine conoscitivo" ove l'abbiamo rifilata, senza che essa perdesse invero la sua ovvia globalità. Quel confine è il confine tra ciò che io so e ciò che l'altro sa. Quel limite in cui si incunea ciò che non sappiamo, che è lo Sconosciuto, la vita, lo scorrere in cui tutti siamo immersi e che tutti condividiamo a trasformare (a creare oserei dire); per questo sfugge, in continua metamorfosi, epistemologica, relazionale, previsionale, interpersonale, interiore, biologica (...) Questo proprio perché il nucleo del reale da sempre coincide con tale confine, che è globale. Piano d'immanente relazione che riunisce tutti gli esseri viventi in un tutto organico.
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Non esiste quindi un motore dello sviluppo, lo sviluppo siamo noi e il mondo che ci circonda, ciò che viviamo sulla nostra pelle in relazione globale col tutto. Concetto - questo - che l'era digitale e telematìca ci ha permesso di guadagnare costringendoci ad una riflessione.
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Cosa fare allora, se non combattere anche perchè si sviluppi una sensibilità più globale?

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